Ho visto “soggetti”, nel mondo del franchising, riciclarsi più di una bottiglia di plastica. Come Drag Queen, franchisee scontenti che diventano franchisor superficiali. E poi ti chiamano dicendo “ma sai che avevi ragione?”. Franchisor multati — ripetutamente, aggiungo — che diventano consulenti “stellati” alla Gordon Ramsey, sviluppatori di reti esodati di brand in difficoltà cronica che si trasformano in Consulenti Senior con esperienza ventennale (ma in crisi di identità).
A tutti loro voglio solo dire questo.
Caro imprenditore, se credi che passare dalla vendita di ombrelli in Sicilia alla produzione di igloo in Sardegna sia “imparare la lezione”, forse il tuo problema non è il business model: è l’autocritica ridotta ai minimi termini.
Ma andiamo con ordine, perché la questione — come insegna la storia economica — è un groviglio tra psicologia da divano e antropologia da accampamento neolitico.
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Perché cambiare settore può significare aver “perso” la lezione
La psicologia ci svela il primo inganno: l’autoassoluzione cognitiva. Secondo gli studi di Festinger sulla dissonanza, l’uomo è un animale che preferisce costruirsi nuove identità piuttosto che smontare le proprie illusioni.
Così, l’imprenditore che salta da X a Y senza autopsia del fallimento, non sta evolvendo: sta recitando la parte dell’esploratore, mentre in realtà fugge dai creditori. È il “rito di purificazione” di cui parlava Van Gennep: abbandoni il settore come un luogo contaminato, senza capire che la contaminazione era nel tuo management.
Risultato? Ripeti gli errori in Y, ma con un nuovo logo e più debiti.
L’antropologia aggiunge un dramma: nel capitalismo moderno, il cambio settoriale è diventato un rito tribale senza sciamani. Bruci le tue divise da ristoratore, balli attorno al falò delle fatture non pagate, e ti proclami “re del fintech”. Peccato che, senza diagnosi, la cerimonia sia vuota. Come scrive Sennett ne L’uomo flessibile (1998), la mobilità è virtù solo se nutri competenze ibride.
Altrimenti, sei un nomade senza bussola.
Perché cambiare settore può essere la lezione stessa
Eppure, la psicologia ci regala un contraltare glorioso: il growth mindset della Dweck (2006). L’imprenditore che disseziona il fallimento in X, estrae competenze trasversali — gestione del rischio, agilità decisionale, arte di negoziare con le banche — e le trapianta in Y, non sta scappando. Sta applicando la lezione come un farmaco. È qui che Bandura (1997) applaude: l’autoefficacia nasce dalle cadute analizzate, non dalle evasioni.
L’antropologia trasforma la fuga in epopea: le economie tradizionali premiavano la fedeltà al villaggio. Quella globale premia i migranti di valore. Se in X hai scoperto di essere un genio della logistica in un settore moribondo, e in Y (es.: e-commerce) quella skill diventa un’arma, non hai tradito la lezione: l’hai tradotta.
Come un vasaio che, dopo aver rotto mille anfore, scopre di essere bravo a vendere torni.
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Tra parafrasi da codice civile e sorrisi da cabaret ecco il succo della lezione
La lezione cruciale non è dove vai, ma come ci arrivi.
- Se cambi settore come un ladro di notte, portandoti dietro gli stessi errori, gli stessi consulenti e gli stessi conti in rosso, non hai imparato un acca. Sei un recidivo.
- Se cambi settore come un chirurgo, trapiantando organi sani e asportando tumori gestionali, allora il fallimento era il tuo miglior master.
“Se il tuo nuovo business plan ha più ‘visione’ di un oculista ubriaco, forse è ora di rileggere i bilanci del passato. Coi numeri, non con gli oroscopi.” 😏
