Tenetevi ancora stretti le mutande, perché stavolta non parliamo di cosa è, ma di cosa dovrebbe essere.
Il Salone del Franchising? Una giostra luccicante dove trovi di tutto: cavalli da corsa, pony sfatti, e una bella dose di giostrai con la parlantina sciolta e le mani leste.
Ma io ne vorrei uno diverso.
Un posto dove non ti servono gli occhiali per vedere le trappole, perché semplicemente non ci sono. Utopia? Macché. Solo buon senso, che pare sia diventato merce rara come un franchisor che non ti spamma il cellulare dopo averti visto girellare.
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Il filtro delle balle, grazie
Primo: all’ingresso, una bella macchina del vento.
No, non per i capelli. Per spazzar via le fuffarole (parole fuffa).
Ogni franchisor che entra deve passare sotto il metal detector del “Qui i numeri si portano nudi. IVA inclusa, grazie.”.
Niente conti economici scritti col pennarello indelebile su un tovagliolo. Niente fee d’ingresso “speciale per te, caro”. Solo dati crudi, veri, e verificati. Tipo:
- Quanti affiliati avete perso nell’ultimo anno? (e non “alcuni, ma è fisiologico”).
- Quanti negozi sono in rosso? (non “stiamo lavorando per ottimizzare”).
- Dov’è il vostro Documento di Informativa precontrattuale? (non “glielo mandiamo dopo, promesso”).
Se superi il test, prendi lo stand. Se no, t’accontenti di un banchetto fuori, accanto al furgone dei panini.
L’unità pilota? Quella vera, non quella dei miracoli
Basta con le favole della “sperimentazione lampo”.
Se mi dici che hai testato il format in 4 mesi e 20 giorni, io ti chiedo se hai fatto pure le ferie in quei 140 giorni.
Il Salone che vorrei ha una regola: niente rete se non hai almeno 12 mesi di Unità Pilota, contabili e verificati da un commercialista che non sia tuo cugino. Con tanto di bilancio esposto come un trofeo.
“Ma è troppo!”. No, caro: è il minimo. Perché se non hai visto neanche un inverno di vendite, che diavolo mi stai proponendo? Un salto nel vuoto con il paracadute in prestito?
Il glossario obbligatorio (per i franchisor che giocano a “inventa il termine”)
“Partner franchising”, “royalty fee”, “opening fee”, “Capex magico”… Ma parliamo o giochiamo a Scarabeo? La legge c’è, mica l’hanno scritta su una parete delle catacombe.
Nel Salone dei miei sogni, ogni stand ha un cartello: “Qui si usano solo parole che esistono. E si spiegano.”
- Fee d’ingresso? Quella che paghi per entrare.
- Royalties? Quelle che paghi per l’assistenza.
- Partner? Quello che ti chiama alle 3 di notte perché il forno non si accende.
E se vuoi inventare un termine nuovo, paghi una multa. Che va dritta in un fondo per gli affiliati truffati.
Lo stand degli affiliati (quelli vivi, non quelli imbalsamati)
Via i testimonial pagati per sorridere. Al loro posto, un angolo con 3 affiliati in carne e ossa. Scelti a sorte dalla rete. Con la libertà di dire tutto: “Sì, ho guadagnato”, “No, mi hanno spolpato”, “Quella fee è una rapina”.
E se il franchisor storce il naso? Ottimo segno. Significa che c’è qualcosa da nascondere.
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Firmare? Solo con il notaio e una tazza di camomilla
Nessuno esce dal Salone con un contratto in mano.
Mai. Anzi: chi ti offre una penna per firmare l’offerta speciale solo oggi” viene accompagnato gentilmente all’uscita da due buttafuori con scritto sulla maglietta “Sì, sono io quello che ti ha detto di tenerti le mutande”.
Il futuro è digitale: QR code sui documenti, link al Documento Informativo precontrattuale, video-lezioni su “come leggere un bilancio senza addormentarsi”. E a casa, col caffè amaro e la calcolatrice, decidi. Con lentezza. Come si faceva una volta, quando le truffe richiedevano almeno un po’ di fantasia.
Epilogo (con torsione ironica)
So cosa state pensando: “Bella favola, ma resterà tale”. Forse sì. Ma se un giorno vedrete al Salone uno stand con su scritto “Qui niente fuffa, solo numeri e sudore”, e dietro un tizio che vi offre caffè invece di contratti, avvicinatevi.
Potrei essere io.
O forse no. Perché il Salone che vorrei, alla fine, è un posto dove i futuri affiliati non devono fare i detective. Dove i franchisor non sono untori di speranze. Dove le mutande, quelle sì, restano ben strette.
Ma per scelta, non per paura.
