Un nuovo modo di comunicare il Franchising
Un nuovo modo di
comunicare il Franchising
marchio franchising

M’han ciuffato il marchio

La domanda zero (perché la prima è già oltre) che facciamo a chi si rivolge a noi è: “ma il marchio è registrato?”.

Se mi rispondi «sì», ma aggiungi «lo devo chiedere al commercialista/avvocato/micuggino» mi parte l’embolo. Peggio ancora quando mi dici «l’ho registrato io». In quel caso prenotatemi un TSO.

Perché se anche il franchising fosse l’ameba di un pensiero nel tuo retro cervelletto, tu, imprenditore, alla domanda “il marchio è registrato?”, mi devi sciorinare quando l’hai fatto, in quale ufficio, in quali e quante classi e la tipologia.

Il marchio è il principale asset immateriale di un’azienda. Identità e riconoscimento, fiducia e credibilità, differenziazione, lealtà del cliente. Il marchio è tutto questo e può aumentare significativamente il valore complessivo dell’azienda, se lo fai periziare e mettere a bilancio (l’ultimo che abbiamo seguito è stato periziato 1 milione di euro. E sotto Covid ha salvato le chiapppette dell’azienda. Così, giusto per…).

E tu mi rispondi che lo devi chiedere ad un terzo? Mi sembra di parlare con un crisantemo…

Tutelare un marchio non è uno scherzo

La registrazione del marchio fornisce protezione legale contro l’uso non autorizzato, salvaguardando l’unicità dell’azienda. 

Tutto chiaro sin qui? Bene. 

Ora, immagino che il marchio sia intestato all’azienda, giusto?

«Nono, me lo sono intestato io così prendo le royalty che hanno una tassazione minore».

E se non hai intenzione di fare franchising, va bene così, il consiglio del tuo commercialista è quello giusto (perché tanto lo so che te lo ha detto lui). In questo caso rientra nei tuoi beni “personali”.

Me se vuoi fare franchising, avendolo intestato a tuo nome, mi stai dicendo che il bene principale dell’azienda NON è dell’azienda. Non solo. Mi dici anche che è aggredibile da qualsiasi creditore… compresi i relativi moglie/marito che durante il divorzio ti viene a prendere anche le mutande che avevi dimenticato in fondo al cassetto.

Certo, legalmente tu hai un contratto di licenza uso marchio che permette all’azienda di sfruttarlo, altrimenti le royalty come te le prendi?

Ma io, potenziale futuro affiliato, quanta voglia ho, secondo te, di investire su di un marchio aggredibile dall’Agenzia delle Entrate? Risponditi da solo.

Mettiamo caso invece che tu abbia fatto le cose per benino. Il marchio è intestato all’azienda. Hai fatto una ricerca di anteriorità? Scusate, tecnicismo, mi spiego melgio: avete controllato nel registro dei marchi (a livello globale) che non ci sai qualcuno che abbia depositato un marchio simile o assimilabile al vostro, prima di voi?

Passiamo poi alle Classi di Nizza, ovvero la classificazione globale che ci dice cosa sto tutelando. È composta da 34 classi di prodotti (classi da 1 a 34) e 11 classi di servizi (classi da 35 a 45). E ogni classe ha svariate sottoclassi con la relativa esclusione e interpretazione. Mi fermo qui, per la lezione di diritto industriale dovete pagare.

Perché una volta depositato in quella classe, quella è! Non si possono fare modifiche o aggiunte. Se hai scazzato devi rifare il deposito.

Infine abbiamo quelli che vengono chiamati “impedimenti assoluti alla registrazione del marchio”. Qui ve la faccio semplicissima: non puoi depositare la parola “pizza” per la classe che contiene la PIZZA. E lo sa bene la (non)titolare del marchio Cannabis Store Amterdam. La quale, non digerendo il fatto che l’EUIPO (Ufficio Europeo per l’Armonizzazione dei Marchi Internazionali) avesse respinto la domanda di registrazione del marchio, è riuscita a far sancire direttamente dal Tribunale UE che «la contrarietà di un segno distintivo all’ordine pubblico e al buon costume rappresenta infatti uno degli impedimenti assoluti alla registrazione di un marchio».

Per la serie, liberi di drogarvi, ma in privato.

Dovevi pensarci prima

Anche se questo è un argomento che alcuni ritengono scontato, vi dobbiamo deludere: il marchio è, e resta, l’argomento più sottovalutato da chi vuole fare franchising.  Ecco due esempi di «morte annunciata».

CASO 1

Dopo due anni che aveva registrato il marchio si accorge che, online, spuntano come funghi delle similcopie. Indignato come un orango, decide di affidarsi al nostro team. Chiamo l’avvocato, giusto per tenermi aggiornata sulla situazione. 

«Vero, ha registrato il marchio due anni fa, ma si è dimenticato di dire che lo aveva pubblicato, senza tutele, ben quattro anni prima, sempre online, giusto per vedere se piaceva…».

«mmmmh… Beh, almeno abbiamo l’anteriorità di utilizzo, no?».

«Nooooo, visto che anche gli altri lo hanno pubblicato online la prima volta a distanza di un paio di mesi da quello del cliente!».

L’avvocato mi sta ancora ringraziando. Ha ristrutturato la casa al mare. 

CASO 2

Rete di 29 negozi sul territorio italiano, decide di svilupparsi nei mercati esteri.

«Bene, mi raccomando la tutela del marchio! Non le voglio insegnare nulla, figuriamoci, si ricordi solo, prima di prendere qualsiasi accordo, se non lo ha già fatto, di registrare il marchio all’EUIPO».

«Ah, ho capito. Non si preoccupi, il mio fornitore ha già registrato il marchio a suo nome a XXXXX, così mi son tolto un problema».

E hai il QI di una pianta grassa.

Quando sei nel mondo del franchising da diversi anni, ne hai da raccontare.

Articolo a cura di Mara Licia Frigo, professionista e consulente nel mondo imprenditoriale da oltre 20 anni. Eletta tra i Top 100 Franchise influencer 2023 su LinkedIn, dal 2011 entra nella famiglia di Quadrante, storica società di consulenza nel mondo del franchising. Specializzata nello sviluppo nazionale ed internazionale di progetti in franchising, titolare di Valutando, software di profilazione per affiliati, affianca gli imprenditori nel loro disegno strategico. Non le manda a dire, perché sa che il solo nome «franchising» non è garanzia di successo.